La scrittura coreografica, per me, è una modalità fortemente organizzata che funziona a tappe ben precise e che poi diventa un qualcosa che sfugge totalmente alla griglia che io voglio imporre. Cioè, inizia con un discorso molto chiaro di organizzazione del corpo, Una volta che c’ è la chiarezza di quello che il corpo deve appunto andare a informare, c’ è la necessità di darle una prossimità nella materia del corpo. E intanto è organizzare anche una visione, un’ immagine che comincia a trasformarsi. Lentamente io non devo leggere più il singolo movimento, la singola azione, ma un universo di pulsazioni che quasi, appunto, restano più come traccia. Poi, cerco proprio di chiudere gli occhi e riaprirli senza ricordare assolutamente le partiture che ho passato ai miei danzatori in modo tale da poter chiedere a loro di rimandarmi una visione attraverso quello che loro riescono a riprodurre attraverso i loro corpi. Quindi, la scrittura coreografica alla fine è la scia, la pulsazione che io percepisco nel momento in cui loro forse sono già transitati, nel momento in cui il corpo forse è già transitato, è quello che mi ritorna di tutta questa stratificazione. In sintesi, estrema organizzazione per estrema apertura di informazioni.

[Simona Bertozzi]

*Waiting for #Magnetica

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Per scrittura coreografica si può intendere la scrittura dello spazio: la deposizione di tracce del corpo in uno spazio che sono destinate a rimanere impresse sulla retina dello spettatore e a riverberare nei suoi tendini, nei suoi nervi e nei suoi muscoli. E’ un’immagine che lo spettatore si porta via e che funziona in lui, produce degli effetti in lui, anche a distanza. Quindi, la scrittura coreografica è esattamente questo: costruire un modo attraverso il quale il corpo sia in grado di imprimersi sulla lastra fotosensibile del cervello dello spettatore.

[Enrico Pitozzi]

*Waiting for #Magnetica